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La febbre climatica del Sistema
Solare

a cura di
Pablo Ayo
Ghiacci polari che si sciolgono, neve su Marte, esagoni su
Saturno e triplici macchie su Giove. Il 2012 si avvicina ma per
la scienza è tutto normalissimo, anzi inspiegabile.
Ci sono
stati molti momenti salienti nella storia dell’umanità: il 1945
verrà ricordato per le esplosioni atomiche di Nagasaki e
Hiroshima, il 1963 per l’omicidio di Kennedy, il 1969 per la
conquista della Luna (forse) e il festival di Woodstock. Il 1979
per il trattato SALT II di non proliferazione nucleare, il 1983
per l’attentato a Woityla.
E il 2008? Lungi dall’essere annoverato come l’anno della
ripresa economica dell’Italia, ancora alle prese con problemi
vecchi e privilegi del tutto nuovi della casta dirigente, ormai
ingiudicabili persino dalla legge, quest’anno verrà ricordato
per l’estate in cui il Polo Nord si sciolse.
Per carità, i Poli perdono ghiaccio ogni estate, in percentuale,
e i più sereni d’animo si affretteranno a dire che noi
“catastrofisti” siamo sempre pronti a gridare al lupo per ogni
bazzecola. Eppure, tutte le principali testate scientifiche si
sono ritrovate, loro malgrado, a dover diffondere una notizia
tanto inattesa quanto imbarazzante: la scorsa estate, mentre noi
cercavamo refrigerio tra gli ombrelloni della riviera o in un
sorso di granatina alla menta, per la prima volta nella storia
documentata il Polo Nord si è ritrovato completamente libero dai
ghiacci, che loro malgrado si sono ritirati dai cocenti e
onnipresenti raggi solari sulle lontane coste del Canada.
Quest’estate i giornali titolavano così:
“L'Artico può essere circumnavigato, è la prima volta in 125mila
anni”
L’articolo spiegava che per la prima volta a memoria d'uomo sarà
possibile circumnavigare l'intero Polo Nord. «Foto
satellitari scattate due giorni fa mostrano che lo scioglimento
dei ghiacci verificatosi la settimana scorsa ha finalmente
aperto contemporaneamente sia il favoleggiato Passaggio a
Nord-Ovest che il passaggio a Nord-Est. A dimostrarlo sono
immagini scattate da satelliti NASA. Il Passaggio Nord Ovest,
nel territorio canadese, si è aperto nello scorso fine
settimana, mentre l'ultima lingua di ghiaccio che ostruiva il
Mare di Laptev, in Siberia, si è disciolta qualche giorno dopo.»
Un evento
clamoroso che, se da un lato corona il sogno secolare di
generazioni di esploratori, navigatori e viaggiatori, dall'altro
rappresenta un preoccupante segnale dell'accelerarsi del
processo del riscaldamento globale. Negli scorsi decenni, in
varie occasioni si è verificata la situazione dell'apertura
dell'uno o dell'altro passaggio ma mai era accaduto che entrambe
le due misteriose porte dell'artico si dischiudessero
simultaneamente. Questo è solo l'ultimo segnale della crisi
dell'intero ecosistema artico. Solo poco tempo fa, il National
snow and ice data center (NSIDC) statunitense aveva informato
che quest’anno l'estensione globale del ghiaccio artico è
prossima a battere il record negativo, dello scorso anno, di
4,14 milioni di chilometri quadrati: un valore inferiore di
oltre un milione di metri cubi al record precedente, fissato
nell'estate
2005. In
due anni, i ghiacci del Polo Nord si sono ritirati per
un'estensione grande quattro volte l'Italia.
L’estate
del 2008, i turisti sono stati fatti evacuare dal Parco
Nazionale Auyuittung, nell'Isola di Baffin, la grande isola del
Nunavut canadese situata a occidente della Groenlandia, a causa
dello scioglimento dei ghiacci: "Auyuittung", in lingua inuit,
significa "terra che non scioglie mai"... E sempre
estiva è la notizia che nove orsi polari, rimasti senza habitat,
sono stati visti nuotare in mare aperto, dopo un immenso crollo
nel ghiacciaio Petermann, in Groenlandia, in un'area che si
riteneva ancora immune dagli effetti del global warming.
Ma è la simultanea apertura del Passaggio Nord Ovest, intorno al
Canada, e del Passaggio Nord Est, intorno alla Russia, a
costituire un vero e proprio choc. Non accadeva, secondo i
climatologi, da almeno 125mila anni. Dall'inizio dell'ultima era
glaciale erano rimasti entrambi bloccati: nel 2005 si era aperto
solo il Passaggio Nord Est, l'estate seguente era accaduto il
contrario.
«I passaggi
sono aperti, è un evento storico, ma con il quale dovremmo
abituarci a convivere nei prossimi anni»,
ha confermato il professor Mark Serreze, uno specialista di mari
ghiacciati del NSIDC, sottolineando però che le autorità marine
dei Paesi interessati potrebbero essere riluttanti ad
ammetterlo, per evitare di essere citate a giudizio dalle
compagnie di navigazione, le cui imbarcazioni dovessero
incontrare ghiaccio e subire danni.
Gli
armatori però sono tutt'altro che disinteressati. Il “Beluga
Group” di Brema, ad esempio, ha già fatto sapere che manderà
navi dalla Germania al Giappone via Passaggio Nord Est, con un
taglio netto di
4000 miglia
nautiche, quasi
7.500 km
, rispetto alla rotta tradizionale. E il premier canadese
Stephen Harper ha già fatto sapere che chiunque volesse
attraversare il Passaggio Nord Ovest dovrebbe fare riferimento
ad Ottawa: un punto di vista, questo, che non piace agli USA,
che considerano quella parte di Artico acque internazionali.
I climatologi però rimarcano che simili dispute potrebbero
essere irrilevanti, se il ghiaccio continuasse a sciogliersi al
ritmo attuale. In tal caso, infatti, sarebbe possibile navigare
direttamente attraverso il Polo Nord, completamente liberato dai
ghiacci. Evento questo, che fino a poco tempo fa si riteneva
possibile che dal 2070. Ora, però, molti studiosi indicano il
2030 come l'anno entro il quale l'Oceano Artico sarà
completamente fluido in estate, mentre uno studio del professor
Wieslaw Maslowski, della Naval Postgraduate School di Monterey,
California, arriva a concludere che già dal 2013 il mare sarà
completamente aperto da metà luglio a metà settembre. Il "punto
di rottura", l'evento che ha ulteriormente accelerato il
processo di scioglimento, è costituito dalla perdita-record di
massa ghiacciata, dello scorso anno: le masse solide sono scese
a un livello che non si attendeva fino al 2050, mandando
all'aria tutti i calcoli prodotti fino a quel momento.
Pianeti
in tempesta
Naturalmente queste notizie sono preoccupanti, specie per
chi ha letto diverse antiche profezie su di un possibile
cataclisma situato cronologicamente attorno al 2012, o per tutte
quelle numerose persone che da tempo hanno dei sogni ricorrenti
su di un’onda titanica che sommerge persone e città. Ma a chi
afferma, come l’ex-quasi Presidente USA Al Gore, che i
cambiamenti climatici sono unicamente colpa del nostro
inquinamento, andrebbe spiegato che il fenomeno dei cambiamenti
di clima non appartiene solo alla Terra, ma appare - con un
bizzarro crescendo rossiniano - in tutti i pianeti del nostro
Sistema Solare.
È di poco
fa la notizia, alquanto sconcertante, della neve su Marte. Fino
a ieri gli scienziati della NASA o gli esperti di astronomia di
tutto il mondo, alla domanda se su Marte fosse possibile una
bella nevicata, vi avrebbero risposto di no, accompagnando la
loro affermazione scientificamente sicura al 100% con una
smorfia di compatimento e l’atteggiamento superiore di chi
spiega al nipotino un po’ lento nell’apprendere le cose
fondamentali della vita. Pochi giorni fa, lo shock. Nevica su
Marte, evento ripreso sia dalle sonde orbitali che da quelle sul
suolo marziano, come
la Phoenix. L
’evento è circoscritto a poche zone, e la neve si è sciolta
prima di toccare terra, ma l’evento, stimato come “assolutamente
impossibile” dagli astronomi, ha lasciato tutti di stucco.
«Non si è
mai visto niente del genere su Marte prima d'ora
- ha dichiarato Jim Whiteway, docente di ingegneria spaziale
dell'università di York, a Toronto (Canada) - ora siamo
alla ricerca di possibili segni lasciati in passato dalla neve
sul terreno». Il primo passo è stato cercare le tracce di
antiche nevicate marziane nei campioni di terreno analizzati dal
laboratorio Tega (Thermal and Evolved Gaz Analyzer) a bordo di
Phoenix: i dati, rileva
la Nasa
, mostrano la presenza di carbonato di calcio e particelle
simili a terra argillosa. «Sulla Terra la maggior parte
dei carbonati e dell'argilla si sono formati solo in presenza di
acqua liquida. Questo - secondo l'esperto -
potrebbe confortare l'ipotesi di precipitazioni anche sul suolo
di Marte».
Insomma gli
scienziati “ufficiali” e accademici sono sempre pronti a
smentire le ricerche di frontiera di chi cerca di trovare
spiegazioni innovative e alternative a quelle ufficiali, salvo
poi rimanere letteralmente senza parole e senza spiegazioni di
fronte all’imprevisto. Persino sul sito della NASA, al riguardo,
oltre una stringata spiegazione degli eventi, appare solo un
laconico «Le analisi sono ancora in corso».
Tre
cicloni su Giove
Intanto, adesso sono tre le Macchie Rosse di Giove. Quanti
si sono interessati al gigantesco pianeta Giove, avranno certo
sentito parlare della Macchia Rossa, un immenso vortice che
viene osservato fin dal 1665 (la scoperta è attribuita al nostro
Cassini, fors'anche preceduto l'anno prima dall'inglese Hooke)
nell'atmosfera di questo mondo e che si presenta con apparenze
cangianti, a seconda del livello che raggiunge tra i fitti
strati nuvolosi che avviluppano la mostruosa palla planetaria di
idrogeno e di elio che è Giove. La macchia può presentarsi più o
meno nettamente delineata, talvolta si decolora e quasi
sparisce, altre volte appare di un rosa-arancione più o meno
carico. In dimensioni supera di tre volte il diametro della
Terra, in cifre sono circa 40 mila chilometri. Sul perché si sia
formata e continui a cambiare apparenze non è facile rispondere
:
la Macchia
probabilmente è il frutto del continuo sfioramento fra le grandi
bande che solcano il pianeta, al confine fra quella
sudequatoriale e la "zona" più chiara che la affianca: da questo
deriverebbe pure il suo moto di rotazione, che non è uniforme e
si accompagna a una certa "deriva" della Macchia in longitudine,
in un'atmosfera che è tutta in movimento.
La macchia è alimentate sia dal calore che Giove riceve dal Sole
che da quanto ne risale dal suo stesso interno, in cui
predominano largamente composti di idrogeno e di elio, i due gas
più leggeri.
In ogni
caso, nel 2006 il telescopio spaziale "Hubble" individuò una
seconda formazione lenticolare non lontano dalla Macchia Rossa e
di dimensioni sensibilmente minori, che ricevette il nome di Red
Spot Jr. Ma recenti osservazioni ne hanno messo in evidenza pure
una terza, segnalata da Andrei Cheng dell'università John
Hopkins: come è possibile che nell'arco di pochi anni siano
apparsi questi oggetti la cui formazione chiama in gioco
notevoli energie? E come si verifica tutto ciò? Il clima di
Giove sta cambiando, forse è tutta l'atmosfera del pianeta che
si scalda, come avviene oggi sulla Terra, dove si registra un
notevole aumento di intensità e di numero degli uragani. C'è un
perché di queste variazioni climatiche del gigantesco Giove?
Forse le nuove macchie ci aiuteranno a capirlo, e non si esclude
che possano fondersi, dando luogo a una macchia grandissima,
come quelle talvolta apparse e osservate a lungo su Saturno,
altro pianeta su cui si scatenano tali uragani. Quanto alle
colorazioni rossastre, vengono attribuite a vapori di zolfo.
I
vortici polari di Venere
Ma le anomali climatiche non riguardano solamente Marte: già
nel Novembre del 2006 la navicella europea «Venus Express» svelò
dei giganteschi vortici atmosferici che si avvitavano intorno ai
poli del pianeta Venere. Secondo alcuni ricercatori, i fenomeni
sono interessanti in sé, ma diventano ancora più interessanti se
messi a confronto con fenomeni analoghi che avvengono sulla
Terra. La «planetologia comparata» è una delle tante nuove
discipline scientifiche che l’esplorazione dello spazio ha reso
possibile.
L’atmosfera di Venere compie un giro intero del pianeta
nell’arco di quattro giorni. La sonda della Nasa Pioneer Venus
25 anni fa scoprì il vortice polare Nord. Le immagini erano a
risoluzione molto bassa, ma nel 2006 Venus Express ci mostrò
particolari minutissimi. La cosa singolare è che questo ciclone
Nord aveva due «occhi»: due tornadi in uno. Quando la sonda
europea nell’aprile 2006 è arrivata in vista di Venere, subito
gli scienziati dell’Esa sono andati a vedere se il polo Sud di
Venere avesse un ciclone simile: e in effetti ce l’ha. Questi
vortici polari, presenti anche su Giove, Saturno, Urano e
Nettuno, sia pure con diversa intensità, sono la chiave per
capire come funzionano le atmosfere di questi pianeti. Ogni
vortice risente, naturalmente, della Forza di Coriolis, una
componente trasversale dovuta alla rotazione del pianeta. E
poiché la velocità di rotazione varia molto da pianeta a pianeta
(per esempio Giove ruota molto rapidamente e Venere molto
lentamente),
la Forza
di Coriolis contribuisce al diverso aspetto dei vortici polari.
«Siamo però
ancora lontani
- dice Pierre Drossart, astronomo dell’Osservatorio di Parigi
- dall’aver compreso la genesi dei vortici polari di
Venere: qui
la Forza
di Coriolis è debolissima, e certamente ciò ha a che vedere con
i due lobi in cui si suddivide il ciclone, formando i suoi due
“occhi”. Il meccanismo preciso tuttavia ci sfugge».
Agli scienziati il meccanismo di questi
cicloni “sfugge”. Si tratta di una meccanica del sistema solare
che Maya e antichi Sumeri avevano compreso benissimo, ma quando
qualche ricercatore indipendente prova a farlo notare agli
accademici, questi sostengono che è impossibile per dei selvaggi
aver trovato soluzioni che a loro sfuggono. Un ottimo esempio in
questo senso sono i Dogon. I
Dogon sono una popolazione che vive vicino Mandiagara,
300 Km
a sud di Timbuctu, nel Mali. Due antropologi, Marcel Griaule e
Germaine Dieterlen, li hanno studiati dal 1931 al 1952, e hanno
descritto una cerimonia associata con la stella Sirio, che si
tiene ogni 60 anni. Griaule e Dieterlen sostengono che i Dogon
hanno diverse conoscenze sul sistema di Sirio che non è
possibile ottenere se non con mezzi "moderni". In particolare
conoscono l'esistenza di una stella compagna (Sirio B, indicata
dalla freccia accanto alla luminosissima Sirio A), che ruota
attorno a Sirio con un periodo di 50 anni, e che è composta di
materia incredibilmente pesante. Sirio B è visible solo con un
telescopio di discrete dimensioni, e la sua massa è stata
determinata con tutto l'armamentario teorico dell'astronomia
dell'inizio del secolo. Griaule e Dieterlen non fanno nessuna
ipotesi su come i Dogon siano venuti a conoscere questi fatti.
La storia ha avuto però un "boom" con un libro di Robert Temple,
in cui questi ha ipotizzato che i Dogon conoscessero questi
fatti da almeno 500 anni, e che li avessero appresi da esseri
anfibi provenienti da Sirio. Altri "studiosi" ipotizzano che le
conoscenze derivassero dagli egizi, e che questi ultimi avessero
telescopi in grado di vedere Sirio B. Ad ogni modo, selvaggi 1,
scienziati 0.
L’esagono
di Saturno
Sempre nel novembre 2006 è la notizia di insoliti tornadi su
Saturno. Nei giornali dell’epoca si stigmatizzava come le
immagini della sonda NASA-ESA Cassini avessero permesso di
individuare una gigantesca tempesta, grande due terzi del
diametro terrestre, e che occupa
8000 km
del Polo Sud di Saturno. La tempesta rappresentava una assoluta
novità osservativa su pianeti che non siano
la Terra
; aveva caratteristiche molto simili a quelle di un uragano
anche se, come disse il dott. Andrew Ingersoll, membro della
squadra Cassini, «Assomiglia ad un
uragano, ma non si comporta come un uragano - Qualunque cosa
sia, stiamo cercando di mettere a fuoco l'occhio di questa
tempesta per scoprire perchè è là».
Anche in questo caso, gli scienziati non sanno cosa pensare,
né hanno idea dell’origine del bizzarro comportamento climatico
dei pianeti.
Passa un
anno e nel Marzo del 2007, sempre la sonda Cassini mostra le
incredibili immagini di un nuovo uragano su Saturno, talmente
grande da includere tutto il proprio polo nord. Ma la cosa
incredibile è che questa volta la formazione ciclonica è di
forma esagonale!
«È una cosa
molto strana, il ciclone ha una forma geometrica
assolutamente precisa presentando 6 lati praticamente di
proporzioni perfettamente identiche»,
affermò allora Kevin Baines, esperto atmosferico e membro del
team che curava lo spettrometro ad infrarossi della sonda
Cassini al Jet Propulsion Laboratory della NASA, a Pasadena.
«Non abbiamo mai visto niente del genere su nessun
altro pianeta. Anzi, la densa atmosfera di Saturno è dominata da
onde che plasmano le nubi in modo circolare
e celle convettive che fanno lo stesso lavoro, per cui è forse
il pianeta del sistema solare in cui meno ti potresti aspettare
l’apparizione di una formazione ciclonica in forma di una
precisa figura geometrica a sei facce.
Eppure è lì».
In che mani
siamo? I sedicenti scienziati della NASA e dell’ESA che sono
convintissimi di aver compreso ormai quasi tutto del nostro
Sistema Solare e del ciclo vitale dei
pianeti, ora balbettano frasi sconnesse, tutti allo stesso modo,
scioccati da comportamenti planetari per loro assurdi. Eppure
gli antichi sapevano che i pianeti sono paragonabili a degli
esseri viventi, con dei loro ritmi vitali, e che ogni cosa
nell’universo è collegata, specie i pianeti e le stelle. Per gli
indiani d’America, ogni cosa, pianta, persona, animale e corpo
celeste formano un tutt’uno. E i cambiamenti previsti dalle
profezie Maya per il 2012 stranamente stanno collimando con un
cambiamento climatico contemporaneo di tutti i pianeti del
sistema solare. Forse un caso, forse un’evento isolato e
scientificamente spiegabile. A tutt’ora, però, la scienza non sa
dare risposte, né formulare teorie. A noi rimane solo di
osservare il cielo con fiducia, aspettando il sorgere di un
nuovo Sole.
«Allora, io
ero la, sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me
c'era l'intero cerchio del mondo. E mentre ero la, vidi più di
ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo
guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e
la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo
essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno
dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la
luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero
fiorito a riparo di tutti i figli di un'unica madre ed in un
unico padre. E io vidi che era sacro... E il centro del mondo è
dovunque.»
- Alce Nero (Nicholas Black Elk) Oglala dei Teton Dakota, una
delle divisioni più potenti della grande famiglia Sioux.
Fonte: Disinformazione.it -
Pablo Ayo |
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